Vodafone: o la borsa o l’Adsl

Mi chiama sul cellulare un’operatrice Vodafone.
– Lei ha la Adsl con la Vodafone Station 1, vero?
– Vero
– Ha avuto problemi recentemente? Interruzioni del collegamento, ritardi?
– No, a dire la verità
– E’ fortunato! Siccome però lei è un affezionato cliente, Vodafone le offre l’upgrade alla Vodafon Station 2, che significa per lei accesso alla rete in fibra e quindi il passaggio a un collegamento tre volte più veloce e…
– Scusi se la interrompo. Io accetterò qualunque upgrade, ma solo a condizione che non mi costi un centesimo. Di telefono pago già troppo
– Per la Vodafone Station 2 Vodafone non le farà pagare nulla!
– E per il traffico dati?
– Le costerà solo 3 euro al mese in più, ma andrà a una velocità…
– La interrompo di nuovo, mi perdoni. Se mi costa anche solo un cent in più non voglio aderire alla vostra offerta
– Ah, come vuole. Allora quando avrà dei problemi col collegamento chiamerà Servizio assistenza clienti al 190.
Bram, fine della conversazione. Vuoi vedere che adesso cominceranno i ritardi e le interruzioni nel collegamento a Internet?

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Ingratitudine

Pianta grassa sei una bella carogna. Io ti pulisco e ti curo, e tu mi pungi

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Per stomachi forti

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La mia trappola ecologica per mosche in campagna ha funzionato: ce n’è una bottiglia piena. Quante saranno? Cento, duecento, mille???

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Salviamo dalla siccità gli alberi delle nostre città

Stufo di vederlo morire di sete a poco a poco, ieri ho preso un innaffiatoio e ho dato acqua a gogò a un giovane tiglio piantato da pochi anni quasi sul portone di casa. Gli idioti del pub vicino avevano toppato con una bottiglia di birra il tubo verde che serve per mandare l’acqua in profondità, vicino alle radici, ma ce l’ho fatta lo stesso. In tutto ci avrò impiegato un quarto d’ora.
Il tiglio assetatoAdesso però mi chiedo: non sarebbe il caso che l’amministrazione comunale lanciasse un appello ai milanesi perché diano una mano a salvare giovani alberi e cespugli della città? La siccità e il caldo sono eccezionali, e gli alberi sofferenti sono sotto gli occhi di tutti. Ma se ciascuno di noi ne adottasse uno, e gli portasse dell’acqua…
Nel mio caso, forse sono intervenuto troppo tardi. Ugualmente spero che il “mio” tiglio si salvi, e mi piace pensare che tra molti anni, uscendo di casa all’ombra delle sue fronde, io saprò che lui sarà lì ancora solo grazie a me… Io lo saprò, e lui anche! 🙂

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Segnali inequivocabili

La pacchia è finita. Alla fine, dopo sette mesi di pace, il locale ha riaperto. E subito i suoi frequentatori hanno inviato al quartiere segnali inequivocabili. Il primo, quasi banale, era rappresentato dalla larga chiazza maleodorante di vomito davanti al portone di casa (ma che porcherie dà da bere ai suoi clienti quel gestore?).
Il secondo segnale, più corposo, è arrivato subito dopo, un sabato notte, quando una banda di allegri clienti del pub ha ripetuto l’esercizio di abilità che è un po’ il suo marchio di fabbrica, saltando festanti dal tetto di un’auto al cofano di quella vicina lungo il marciapiedi.
Alcune auto nella zona portano ancora i segni di quella serata indimenticabile. Non è la prima volta che succede (vedi post di due anni fa), e temo non sarà l’ultima. L’impunità di cui godono gli ubriachi del pub è totale. Basta attendere.
Un caloroso “Bentornato” al pub!

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La lezione della guerra alla Libia

Vorrei capire. L’Italia era il maggiore importatore di gas e petrolio libici (eredità di Mattei, ma anche, va detto, di Craxi e Andreotti). A un certo punto Francia e GB hanno deciso che quelle risorse servivavo a loro: hanno armato i ribelli e sono partiti alla guerra contro i nostri interessi strategici e contro il nostro alleato. Il quale era un dittatore ripugnante, ma non più ripugnante della famiglia reale saudita, per dire. Noi, non potendo competere con la forza militare francese e inglese, abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco, abbiamo ripudiato l’alleato e fornito basi e qualche aereo agli attaccanti.
Adesso la partita è finita: Sarkozy e Cameron hanno celebrato il trionfo a Tripoli, e noi cerchiamo di farci dare qualche avanzo del banchetto dei vincitori.
Francia e GB hanno mostrato di non esitare neppure di fronte all’opzione militare contro un partner europeo, pur di difendere i propri interessi (altro che Europa unita!).
Noi, noi restiamo con le figuracce dei baciamani e delle ragazze offerte da Berlusconi al Rais. L’unica diplomazia nella quale l’Italia ha mostrato di credere è quella della patonza, che “deve girare”. O sbaglio?

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Il vero sballo è fare la rivoluzione

La nuova Giunta Pisapia cerca il dialogo con gestori di locali e appassionati della cosiddetta movida milanese. E fa bene. È davvero venuto il momento di affrontare il problema di trovare un compromesso accettabile tra i diritti della grande maggioranza dei cittadini e quelli della rumorosa minoranza dei frequentatori dei locali e dei quartieri della movida.

Non voglio entrare in questo dibattito, fiducioso che la Giunta saprà trovare un punto di equilibrio. Vorrei sollevare un problema che mi pare urgente, per ora del tutto assente dal dibattito sul tema, quello dell’affermarsi tra i giovani del modello dello “sballo”, che trova nei quartieri della movida la sua espressione di massa.

Una generazione di disoccupati, di lavoratori precari, di giovani donne e uomini che per la prima volta dopo molto tempo hanno di fronte a sé la prospettiva di un futuro peggiore di quello dei propri genitori sembra tutta presa dall’urgenza dell’evasione. Bisogna dimenticare, divertirsi (nel senso etimologico del termine), fare casino, esagerare, lasciarsi andare. Ci sono piazze e addirittura interi quartieri dove la sera non si può vedere altro che torme di ubriachi, di strafatti che ne combinano di tutti i colori.

Non credo che il mio sia un allarme dettato da moralismo. Sí, lo ammetto, penso che ubriacarsi tutte le sere non faccia bene. Soprattutto però mi turba l’incredibile dissipazione di energie, di capacità, di risorse giovanili che tutto questo comporta.

Mi è tornato in mente quel passo dell’autobiografia di Malcom X, mitico dirigente dei Black Muslim, quando uscito di prigione (dove era finito per ogni sorta di reato legato allo spaccio della droga e all’alcol) dichiarò una guerra senza quartiere all’alcol e a tutte le droghe, in quanto strumenti del dominio dei bianch sui neri.

La mia domanda è semplice. Questa massa di ubriachi notturni disturba in una qualsiasi maniera i responsabili della precarizzazione di massa, o gli affaristi della P3, i burattinai dei grandi affari illegali, della mafia, della corruzione? La verità è che il “sistema” che è alla base del disagio che tanti giovani scaricano in uno sballo serale specula sulla movida, ci guadagna, ne gode.

Altro che evasione, allora! Non sarebbe venuto il momento di studiare, di impegnarsi, di organizzarsi per abbattere quel sistema? Studiate, esortava Antonio Gramsci, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza…

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Ora che tutto sembra finito – 1

Ora che tutto sembra – solo temporaneamente, temo, purtroppo – finito, vengono alla mente i mille episodi odiosi delle ultime settimane.

Come quella sera, quando tornando a casa ho visto un ragazzo si è staccato dal gruppetto degli amici, si è aperto i pantaloni e si è messo a pisciare sulla vetrina di un  negozio, a un metro dal mio portone. “Pisciare a casa tua no, vero?” mi è venuto da dirgli, con tono seccato. Quello mi ha guardato sorpreso che qualcuno potesse avere da ridire per il suo gesto – in fondo, cosa c’è di più naturale di un po’ di pipì? – e poi ha bofonchiato “Ma io non ho una casa”, mentre gli amici, alle sue spalle ridacchiavano.

Non fare lo spiritoso che non ne sei capace, gli ho detto d’istinto, e ho infilato la chiave nel portone. Solo a quel punto lui ha realizzato che stava urinando sulla “mia” casa, e allora ha bofonchiato uno “Scusi”, abbottonandosi frettolosamente la patta.

Perché la logica è questa: se è mio, è mio. Se è tuo, vabbè, te lo concedo, è tuo. Se non è né mio né tuo, tutti ci possiamo fare quello che ci pare, tanto…

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Ora che tutto sembra finito – 2

Un ragazzo ha in braccio una giovanissima, pallidissima, quasi cadaverica. La scarica di malagrazia su una panchina, a pochi metri dalla macchina che ha frettolosamente parcheggiato. La ragazzina è tutta scomposta, assai poco coperta dai vestitini coi quali forse si trovava figa, prima di uscire a ubriacarsi con gli amici.

Abbandonata la compagna lì, il ragazzo si volta verso di me e mi chiede se ho un fazzoletto. No, mi spiace, non ce l’ho, dico, e quello si volta di scatto bestemmiando: “Quella cretina proprio in macchina mi doveva scatarrare. Guarda qua! E adesso chi lo sente mio padre?!”.

Ci ho messo un po’ a realizzare che il fazzoletto non era per la ragazzina, buttata sulla panchina così malamente, ma per pulire un sedile. Due amici sono rimasti in macchina, e non fanno una piega. Devono essere così fatti che non gliene importa niente, né della macchina, né della ragazza.

Quando mi avvicino a lei, vedo che tenta di ricomporsi: ai suoi occhi sono un vecchio che l’ha sorpresa ubriaca. Ci metto un po’ a convincerla che non chiamerò i suoi genitori, che mi preoccupo solo di sapere come sta. Fa uno sforzo, e si riprende, in effetti: non è in coma come mi era sembrata. È solo una ragazzina che ha fatto la grande e si è presa una sbronza che ricorderà. Gli altri, i maschi, intanto si occupano dei sedili…

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Ora che tutto sembra finito – 3

Una notte vedo cinque ragazzini (tre maschi e due femmine) che si pigiano su una panchina, ridendo come matti. A non più di tre metri di distanza da loro una ragazza che mi sembra molto giovane a torso nudo tiene la testa sotto il getto della fontanella. Si sentono conati di vomito; la ragazzina si contorce nello sforzo di tirar su tutto quello che ha bevuto, attaccata disperatamente alla fontanella. I cinque non la degnano di un guardo.

Chiedo se conoscono quella ragazzina, ma uno nega: “No no, non è con noi”, e con ciò si vede che considera chiuso l’argomento. Allora mi rivolgo alle due ragazze del gruppo, e dico loro che va bene, non la conoscono, ma lo vedono anche da sole che quella non sta bene e che è mezza nuda davanti a tutti. Forse, se ci pensano, lo capiscono anche loro che è una situazione in cui due ragazze dovrebbero cercare di aiutare una più giovane tanto malcombinata.

Mi sono sentito tante volte un vecchio rompicoglioni, in questi anni, nei miei giri notturni, ma forse mai come questa sera. Le due sedute sulla panchina mi guardano con due occhi così; non dicono niente ma è trasparente che vorrebbero dirmi se davvero penso che loro dovrebbero smettere di divertirsi coi ragazzi per dare retta a quella sfigata. Mi limito a fare di sì con la testa: davvero lo penso. Uno scambio di sguardi, senza una parola, interrotta da una delle due che si alza di scatto sbottando: “Ma cazzo, anche quella ci tocca stasera”. Se potesse, le sparerebbe. Dopo aver sparato a me, s’intende. Le due ragazze lasciando sulla panchina i tre maschi che sembrano aver compreso solo adesso la situazione.

Mi allontano e sento i commenti ad alta voce dei tre sulle tette dell’ubriaca. Io torno a casa. Una volta di più mi pervade molta tristezza, e mi sento sconfitto.

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